Titoli di studio
Riconoscimento titolo professionale
Come funziona, invece, il riconoscimento di un titolo professionale conseguito in un altro paese?
“Nell’ambito medico-sanitario, gestito dal Ministero della Salute, le cose sono leggermente più semplici, grazie al consistente numero di domanda di riconoscimento degli infermieri determinate da un crescente fabbisogno nel mercato del lavoro. Ci sono poi le altre professioni i cui Ordini e Collegi sono vigilati dal Ministero della Giustizia, come ad esempio i commercialisti, agenti di cambio, agronomi, avvocati, ingegneri. In questo caso lo straniero deve presentare la domanda direttamente al Ministero, dove vengono verificati una serie di parametri: l'iscrizione a eventuali albi, l'esercitazione della professione nel paese d'origine. Ai fini del riconoscimento professionale e per la successiva abilitazione, i candidati sono anche sottoposti alla verifica delle loro competenze: lo straniero deve quindi mettersi a studiare di nuovo determinate materie e sostenere gli esami stabiliti. Questo vale per tutti quei paesi di provenienza dove non ci sono accordi specifici”.
Questa la burocrazia, e i problemi concreti?
“Effettivamente le pratiche avviate sono molto poche, nonostante gli stranieri in possesso di un titolo di studio siano molti. Il fatto è che l’informazione su come convertire i propri diplomi o lauree è molto scarsa. Assente nelle università, se ne occupano solo alcune associazioni. Bisognerebbe mettere in piedi una rete capillare d’informazione al riguardo, sia a livello nazionale che territoriale, portata avanti dalle diverse associazioni. Si aggiunge poi il problema per lo straniero, che spesso lavora o ha una famiglia, di doversi rimettere a studiare per sostenere gli esami necessari all’equiparazione…non ne ha proprio il tempo”.
Una volta riconosciuto il titolo di studio, le prospettive lavorative migliorano?
“Sicuramente sì. Un lavoratore straniero in possesso di un titolo di studio, acquisito nel paese d’origine, nella maggioranza dei casi si trova a svolgere lavori dequalificati fintanto che non richiede la conversione o il riconoscimento in Italia”.
Ma a che punto siamo, rispetto anche agli altri paesi?
“La situazione è migliorata molto in Italia, per esempio rispetto a quando sono arrivata io, una decina di anni fa. Allora non c’era veramente nulla, i vincoli per uno studente straniero erano irremovibile. Poi la burocrazia e la normativa si sono evolute. Di strada, comunque, ce n’è ancora molta da fare: è assente, di fondo, una chiara volontà politica verso una società davvero multiculturale, che apra possibilità, indistintamente agli italiani e agli stranieri, in tutti gli ambiti lavorativi, anche in quelli qualificati. Come avviene, del resto, in altri paesi europei e soprattutto negli Stati Uniti”.